La storia infinita

« “Tutto ciò che accade, tu lo scrivi”, disse.
“Tutto ciò che io scrivo accade”, fu la risposta. »

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Tommaso

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La calma

Arriva e neanche te ne accorgi, lieta, quieta, lenta, dolcissima calma.

Se ne va ogni cosa che fa male

e senti di stare bene.

Con niente.

E senti che niente potrebbe

farti star meglio.

E quando arriva neanche te ne accorgi.

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Una briciola

Neve. Finalmente è arrivata. Che fare se non ascoltare in silenzio tutto questo silenzio. Il mondo in pace. Si avvicinano i gracchi a cercare una briciola di pane. Si accende con più lena il camino ed un fuoco caldo e immenso subito penetra nell’aria gelata. Ci ricorda come eravamo. Come siamo.

                                                                                                                      

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Gioiamia al castello

Gioiamia non aveva mai visto niente di simile in vita sua, a parte la dogana sotto la neve e la Tour Eiffel a Parigi.
Aveva vomitato sin dal mattino e a sera in quel palazzo del ’700, forse ’600, si sentiva un po’ debole. Cercò subito una postazione comoda dove affondare, sparire ed ascoltare non osservata. Gli illustri presenti si scambiavano saluti cortesi e affettuosi ad ogni nuovo arrivo. Più o meno già si conoscevano quasi tutti fra loro.
Ma quell’entrata a cui assistette fu trionfale e la risvegliò dal morbido torpore in cui si coccolava. Torpore dovuto al gradevole profumo della cera data al pavimento antico, ora aleggiava nell’aria.

Due donne elegantissimamente vestite, molto vecchie entrambe, entrarono senza badare troppo e salutando graziosamente chi ossequiava la loro presenza.
Sembravano dopo i primi istanti intendersela beatamente solo fra loro e conversavano sottovoce inclinandosi l’una verso l’altra di argomenti segretissimi con dolce discrezione e aristocratico distacco. Gioiamia non aveva visto fino ad allora nulla di simile, era autentica aristocrazia, non come al cinema, dove tra un fotogramma e l’altro l’attore non ce la fa a dissimulare il suo travaglio personale, quì si trattava di due Dame vere e proprie. Invero all’inizio Gioiamia pensò che una delle due fosse di compagnia, ed in effetti forse lo era in quanto l’altra risplendeva di purissima nobiltà ed illuminava persino l’aria intorno a sè.

Si frequentavano da tempo comunque, era evidente, e godevano della reciproca cortesia e scambio di saggi pareri senza il minimo dubbio condivisi per ogni minima sfumatura.    Come sorelle, ma sorelle non erano.                                                                                             Oh quanta grazia! La mano poggiata sul bastone di fine fattura reggeva un intero mondo fatto di mattini tenui e operosi, e quello sguardo compiaciuto che posavano benevole fra le due piccole stanze.. era di chi si trovasse perfettamente a proprio agio sempre, sempre e comunque a casa propria. Probabilemte lo era in effetti, coevo l’alto loro lignaggio a quelle mura, per spessore storico e culturale.

Nulla le avrebbe turbate nella loro pace di vita vissuta senza affanni e sempre in ottima compagnia. Re, regine, contesse e nobili cavalieri erano il loro passatempo ricercato e goduto senza posa ad ogni istante. Sorridevano beate senza verificare minimamente di essere al centro dell’attenzione, era un fatto scontato. Forse tutta la vita già da piccolissime avevano dovuto sostenere il ruolo di protagoniste ma non doveva esser stato loro difficile, avranno preso in uso, per imitazione come i loro amati parenti, i modi ugualmente aggraziati, forse i loro ancor di più, perchè si sà, i tempi cambiano ed una piccola impercettibile variabile vuoi linguistica, vuoi di atteggio è costante.

Arrivò l’ora e Gioiamia dovette accomiatarsi, badò bene di stringer loro la mano, perlomeno, per ringraziare di aver reso possibile quella visione novissimi; in realtà segretamente lo fece per verificare che avessero anch’esse, soprattutto la Dama dai capelli d’argento, una consistenza fisica, tangibile. Strinse dunque la mano porta con bontà ed il celeste sguardo si posò per un istante sui jeans a buon mercato che Gioiamia indossava quella sera. “Oh, désolé!” fu il tacito commento degli occhi a tale verifica. Era sinceramente rammaricata la nobildonna, per un istante che durò meno di un attimo, come fosse sua colpa ed avesse urtato inconsciamente la tazza da thè sul piattino sottostante per esuberante irruenza in un pomeriggio di annoiata calura.

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Luli

Detestava le donne, insopportabili.
Quei loro modi così fasulli, scaltri come quelli di un ubriaco. Ma che avevano da ordinare, da spazientirsi sempre con tutti, dal vigile urbano al cane del vicino?
Pochissime attiravano la sua curiosità, erano di ossatura delicata, non sorridevano mai, ed erano sempre invariabilmente magre, di una strana magrezza comunicativa ed erano accompagnate da uomini ben vestiti.
Le altre le detestava, ossessionate dalla capigliatura, dalle amiche, dai parenti e neanche un’ombra di senso della realtà.
C’erano poi le maestre, buone quelle, stesso identico regime, come sopra, solo un po’ più sù, e disprezzo per quelle un pò più giù.
Tutto è relativo, lo imparò così.
Era al fondo del  fondo della scala e il suo disgusto per il genere si traduceva in un ostinato rifiuto all’obbedienza ad ordini provenienti dal gentil sesso che non facesse parte della sua famiglia, ovvero da chi aveva imparato dalle cene saltate, dipendeva la sua sopravvivenza in qualche modo. Ma oltre era decisamente troppo.
In colonia estiva a Igea marina dove si ritrovò a passare un mese di ‘vacanza’ al mare, insieme ad una torma di altri sventurati soggetti mai visti prima,
si vide attribuire, oltre ad angherie insopportabili, una punizione esemplare per aver lanciato un pugno di sabbia in spiaggia nella direzione giusta.
In ginocchio con le mani intrecciate sulla testa, sotto il sole per un tempo infinito.
Susseguente insolazione. Cinque giorni in infermeria della colonia. In solitudine per la maggior parte del tempo, senza neanche un Topolino da leggere.                                         Aveva  sette anni e si chiamava Luli.                                              

                                                                                                                                               

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Juggler

                                                   

                                                                        ragazzo                                                                                      quante volte ancora mi fermerai
quante volte incantarmi ad osservare i tuoi giochi
armonia di senso
splendido equilibrio
ragazzo mio
senza scopo
senza tempo
senza fine

 

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